Copyright & copy: 2004............................................................................................................................................................................................................................................................Montedeisettefratelli
Le immagini contenute nel sito sono di proprietà © www.montesettefratelli.com castiadas monte dei sette fratelli ecursioni

Escursioni castiadas: Storia ex Colonia Penale di Castiadas vecchie carceri castiadas centrale

Foto ex Colonia Penale castiadas - Vecchie Carceri Castiadas
Vedi mostra digitale della Colonia Penale di Castiadas

Ricostruiamo la storia della più antica colonia penale Sarda Una piccola piccola Cayenna nata su acquitrini e trasformata poi in una vera azienda

Nell'ultimo scorcio del XIV secolo nacque nel Sarrabus il centro di "Villanova Castiadas" facente parte del Giudicato di Cagliari, che con la conquista aragonese venne concessa ai Quiterano, famiglia catalana che si estinse nel 1861, per cui passo sotto il controllo dei Carroz.

Rimase stato feudale fino all'abolizione dei feudi, nel 1880 e alla fine del 500, per frequenti epidemie di peste e malaria rimase totalmente disabitata per circa 350 anni.

L'11 agosto del 1875 trenta forzati e sette guardie carcerarie, provenienti dalla casa penale di San Bartolomeo a Cagliari , sbarcavano sulla spiaggia di Sinzias , sulla costa orientale della Sardegna , addentrandosi con grande fatica nella fitta vegetazione.

Il manipolo d'uomini era guidato da Eugenio Cicognani , ispettore delle carceri , che su mandato del Ministero dell'Interno , aveva il compito di porre la prima pietra della nuova colonia penale agricola.

Dopo un lungo vagare , nei pressi di una collina chiamata Praidis, tra i due torrenti Gutturu frascu e Bacu sa figus (a circa 7 chilometri dal luogo dello sbarco) , gli uomini stabilirono la loro prima dimora : una capanna di legno.

Oggi , nello stesso luogo , si possono osservare i resti della direzione del carcere , delle vaste prigioni , della caserma degli agenti di custodia , del presidio militare e delle altre strutture connesse col funzionamento di quello che fu , con i suoi 6253 ettari , la più grande delle colonie penali agricole intermedie d'Italia.

Ciò che resta dei settanta anni nei quali , la colonia fu operante (venne definitivamente chiusa nel 1955), è un vasto territorio bonificato e reso accessibile all'uomo grazie all'immane lavoro e alla molte vite dei condannati .

Aggirandosi tra i resti dei vecchi edifici , di cui una buona parte in disfacimento (la natura con le sue erbe ed i suoi arbusti si sta tenacemente riappropriando di ciò che le fu sottratto ) ,si può facilmente immaginare il carico di dolore , di isolamento e di disperazione che nella colonia regnò a lungo.

Il territorio interessato,in origine ademprivile (cioè di antico uso collettivo ) , era stato acquistato dal demanio grazie ad una specifica legge del 1863 e ceduto poi dal Ministero delle finanze a quello dell'Interno.

Quest'ultimo poi , in base ad un accordo col Ministero dell'agricoltura , assunse la decisione di farvi sorgere la colonia penale . Tutto ciò rientrava a pieno titolo nella politica carceraria dell'epoca .

Così come ebbe a scrivere Cusmano sull'Unione Sarda del 20 maggio 1902 : <...Il condannato , col lavoro obbligatorio e ordinario migliora e coltiva i terreni malsani e abbandonati con l'utile del paese , e anche col proprio >

E ancora: “Aprire un solco in luoghi acquitrinosi, dove l'aria uccide,per potervi raccogliere una spiga ....é certamente esercitare missione civile col lavoro dei condannati”.

E che si trattasse nel caso di Castiadas, di territori infidi, ammorbati dalla malaria, non c'é alcun dubbio. Tuttavia il sacrificio di molte vite umane era il prezzo che si riteneva giusto pagare per una bonifica del territorio e per la loro futura cessione alle famiglie dei coloni agricoli che in seguito si stabilirono nella zona.

Ai 30 forzati venuti dal mare, ben presto se ne aggiunsero altri. I lavori vennero intrapresi senza risparmiare sforzi se si pensa che circa un anno dopo lo sbarco, un resoconto del corriere di Sardegna già stimava la presenza di 300 detenuti e l'avvenuta costruzione di strutture in muratura (chiamate mandre), capaci di accoglierne 500.

L'Ispettore Cicognani impostò i lavori facendo si che venissero utilizzati per la costruzione della struttura principale, i materiali che la natura circostante offriva in abbondanza: granito e calcare. Nel 1876 quindi erano già funzionanti, oltre le prigioni, la falegnameria, officine di fabbri, carpentieri ed una infermeria.

Contemporaneamente a questi lavori si incominciava a tessere la fitta rete di strade e a compiere la bonifica dove più innanzi sarebbero sorti i dieci distaccamenti della colonia, ognuno dei quali avrebbe avuto un ruolo ben preciso nell'economia di un sistema produttivo di tipo autarchico. Dai diversi gruppi di lavoro che si spingevano verso le zone più malsane alcuni dimoravano in case di legno montate su ruote, lunghe circa cinque metri e larghe due e mezzo. Queste case ospitavano ciascuna dieci forzati ed erano dotate di fitte reti metalliche alla ,finestre per impedire il passaggio delle zanzare.

I condannati indossavano una giubba rossa. Quando lavoravano mettevano guanti col solo dito pollice , in testa, un cappuccio bianco e bleu che, al posto dei fori per gli acchi, aveva cucita una reticella metallica di un centimetro quadrato. Le durissime condizioni ambientali condivise peraltro dal personale carcerario ed amministrativo, non impedirono alla colonia di espandersi e di trovare un asseto stabile, in qualche periodo florido.

Vennero così creati dieci distaccamenti (poderi) che coprivano un esteso territorio e che si dimostrarono capaci non solo di coprire il fabbisogno dell'intera colonia, ma anche di offrire alcuni prodotti destinati alla commercializzazione. Il podere Masone Pradu, con 100 forzati stabili gestiva più di 250 ettari coltivati per la gran parte a legumi e cereali. Frumento, avena, orzo, fave ed erba medica venivano coltivati nel podere manno, mentre nel podere San Pietro (40 forzati ) si coltivavano gelsi, ulivi, aranci, mandorli e limoni. Nel podere Mini Mini erano attive quattro stazioni carbonaie, e dalla parte opposta nel distaccamento Marina, che stava a ridosso della costa e che annoverava 50 forzati, erano presenti estesi vigneti che producevano vini scelti, Vermout e Cognac. I poderi Genn'a Spina, Bovile ed Orteduso erano stati invece destinati all'allevamento di bovini, ovini e suini.

Cusmano così scrisse sulla Gazzetta Agricola;.....Il condannato tagliò le piante selvatiche, sollevò e radunò le pietre, scambiò il corso dei ruscelli, eresse macere, spianeggiò le superfici del terreno, aprì il primo solco e raccolse il primo grano, scavò i fossi per incanalarvi le acque di una livida palude, tracciò e costruì le strade....questo fece il condannato a Castiadas scosso dai brividi della febbre malarica.

Ma non fu solo la malaria a causare disperazione e sofferenza tra i condannati: l'isolamento, il lavoro nelle paludi e il duro regime di disciplina contribuirono a fare di Castiadas un luogo odiato e temuto. I forzati, dei quali solo un terzo lavorava stabilmente nei campi coltivati- erano destinati soprattutto alla bonifica delle paludi, alla costruzione di strade, ponti, fognature.

La sveglia nei giorni lavorativi avveniva alle 6 del mattino.Il lavoro sia nei campi all'aperto che nelle officine, si fermava dalle 12 alle 13 per il pranzo e poi proseguiva sino alle 17.Alle 18,30 i secondini eseguivano la conta e la chiusura dei dormitori, ed infine alle 19 veniva ordinato il silenzio.

Non tutti i forzati subivano lo stesso trattamento. I più fortunati erano coloro che potevano lavorare nei campi e, tra questi ancora più privilegiato era colui che prestava la propria opera alle dipendenze di un libero colono. Quest'ultimo, d'altra parte, dopo aver ricevuto in Enfiteusi (un particolare tipo di affitto) la casa e il terreno già bonificato, traeva grande vantaggio dall'opera del forzato, il quale, tra l'altro , spettava solo il cinquanta per cento del salario: le paghe più alte venivano corrisposte ai capi innestatori (0,55 lire a giornata nel 1900); quelle più basse ai vendemmiatori e agli spargitori di concime (0,32 lire a giornata).

Per i meno fortunati, e per i più indisciplinati, la vita carceraria era ben diversa. Le infrazioni al regolamento venivano punite in modo medievale, il ritardo nell'obbedire, i guasti provocati al materiale in consegna, le grida, i canti, il rifiuto di sottomettersi alle punizioni e i tentativi di evasione provocavano la segregazione a pane e acqua. I casi di disobbedienza più gravi venivano puniti con la Cella Oscura a pane e acqua con ferri o camicia di forza oppure con la cella di isolamento per sei mesi. Coloro che non resistevano ad un regime che per certi versi ricorda la terribile Caienna Francese, andavano invariabilmente verso il suicidio o la pazzia .

Anche le condizioni igieniche e sanitarie non dovevano essere delle migliori; la malaria, la tubercolosi, le febbri tifoidee e le gastroenteriti causarono, in qualche anno, anche più di cinquanta decessi. un particolare per certi versi curioso - ma che indica lo stato di debilitazione a cui i detenuti andavano incontro traspare dalla “Statistica delle Carceri” del Ministero della Giustizia. Laddove si dice che su 458 ricoverati in infermeria (nell'arco di un anno) erano state riscontrate addirittura 1227 diverse malattie. Di quei 458 detenuti, così come appare su una interessante ricerca di Sandro Chiappori, ne morirono ben 51.

Ma non tutti nel mondo civile, restarono indifferenti a tali atrocità. Violente polemiche scoppiarono a più riprese sulle pagine dei giornali locali, in particolare per quanto riguardava il problema della malaria. Nacque così una maggiore attenzione dell'opinione pubblica e dei mezzi d'informazione che per quanto indirettamente, contribuì ad un miglioramento delle condizioni di vita dei carcerati.

In un lungo articolo pubblicato sull'Unione Sarda del 4 dicembre 1909, Felice Senes racconta della campagna antimalarica condotta nelle paludi dai dottori Mathieu (sanitario del carcere) e Romby. E sempre Felice Senes a portare, sulle pagine dello stesso quotidiano, le testimonianze dirette dei forzati che ha intervistato a Castiadas. Tra le altre, colpiscono le parole di un detenuto napoletano di 40 anni, condannato per omicidio ed in carcere da 16 anni che racconta dei tre anni di segregazione cellulare subiti: “.... Per 36 mesi ho vissuto in una cella, la cui larghezza era di tre piedi e la lunghezza di 5 piedi. Da un pertugio praticato nell'alto della soffitta ricevevo quotidianamente il mio cibo. E una pena di tortura, è un sepolcro di vivi....eravamo sette napoletani, condannati nello stesso tempo alla segregazione cellulare; sei morirono, io solo ho resistito....”

Col passare degli anni, insieme ad una lenta decadenza della colonia, le condizioni di vita andarono migliorando. I fini per il quale la colonia era stata creata erano stati sostanzialmente raggiunti: il territorio era stato trasformato e reso vivibile. Con un Regio Decreto del 1933 si stabilì la cessione dei territori di Castiadas all'ente Ferrarese di colonizzazione delle terre incolte.

Ma solo nel 1941 l'organismo entrò in possesso dei primi 1400 ettari di zona boschiva (della quale fece letteralmente scempio). Nel 1947, l'Ente Ferrarese - divenuto frattanto Ente Sardo - ottenne un secondo lotto di circa 3000 ettari, che vennero ugualmente mal amministrati.

All'ente Sardo si sostituì infine l'Ente di Trasformazione Fondiaria ed Agraria che gestì a lungo un territorio ormai definitivamente bonificato grazie anche alle campagne antimalariche che i tecnici della Fondazione Rockefeller diressero dal 1946 al 1950 in Sardegna. Nel 1955 il Ministero dell'Interno decise la definitiva chiusura di quel poco che restava della Colonia penale di Castiadas.

Oggi, per chi attraversa le fertili terre di Castiadas, o gode dell'intatta bellezza delle sue lunghe spiagge, vale la pena di visitare la struttura centrale della Colonia Penale, con i resti delle mandre; un modo come un altro di non dimenticare le sofferenze di migliaia di uomini che foss'anche per i propri errori, pagarono un prezzo che, a nessun uomo, e lecito chiedere.

(N/B) Trascritto da Gino e Emanuele Usai , in Botticino Sera il mese di maggio del millenovecentonovantasette

torna su

webmaster@montesettefratelli.com

www.montesettefratelli.com Escursioni Foto Castiadas